Oggi riparte la Serie A, e con essa una domanda che il campionato preferisce non farsi: è un business, o è un lusso che qualcuno può permettersi? I bilanci 2024/25, appena depositati, raccontano un campionato che fattura più che mai e perde soldi lo stesso — e chi lo tiene davvero in piedi non è chi lo guarda in tv, ma chi lo possiede.

Punti chiave
- Nel 2024/25 la Serie A fattura 4,038 miliardi di euro, record storico — ma chiude comunque con una perdita aggregata di 348,9 milioni, 13 club su 20 in rosso
- Il debito lordo complessivo del campionato è di 4,89 miliardi di euro — più di quanto l'intera Serie A fatturi in una stagione
- Un quarto dei ricavi dichiarati viene dalla vendita di giocatori, non dal business "vero" — e l'inchiesta Prisma ha dimostrato che una parte era anche gonfiata ad arte
- La Premier League distribuisce ai suoi club 4 volte i diritti tv della Serie A: il sistema italiano parte già più povero, non solo peggio gestito
- Tra il 2020 e il 2025 le proprietà dei club hanno versato di tasca propria 3,3 miliardi di euro — quasi quanto l'intero debito del campionato
Il paradosso: fatturato record, perdita record
Nel 2024/25 la Serie A fattura 4,038 miliardi di euro, il massimo storico, in crescita del 6,5% sull'anno precedente. Dovrebbe essere la stagione migliore di sempre. Invece il campionato chiude con una perdita aggregata di 348,9 milioni di euro — 13 club su 20 registrano un bilancio in rosso.
La spiegazione tecnica è nei costi: 4,212 miliardi contro 4,038 di ricavi. Il pezzo più grande sono gli stipendi (1,9 miliardi, il 49% dei ricavi) più gli ammortamenti dei cartellini (1,035 miliardi) — insieme, quasi tre quarti di tutto quello che il campionato incassa se ne vanno prima ancora di guardare al resto. La gestione operativa migliora — l'EBITDA cresce del 20,4%, a 862,6 milioni — ma non basta a diventare vero profitto: l'EBIT, l'indicatore di quanto un'azienda genera prima di interessi e tasse, resta negativo per 173,2 milioni.
È esattamente il contrario del business ideale descritto da Warren Buffett in un celebre passaggio dell'assemblea Berkshire Hathaway del 2016: "L'ideale sarebbe un'azienda che non richiede capitale e cresce comunque." La Serie A fa l'opposto — cresce, e richiede sempre più capitale per restare in piedi. Tutte le sintesi di Berkshire Hathaway Annual Meeting →
Un debito più grande di un anno intero di fatturato
Il debito lordo complessivo dei club di Serie A è di 4,89 miliardi di euro — il 121% dei ricavi totali del campionato. In altre parole: se la Serie A smettesse di spendere oggi e destinasse ogni euro incassato per un anno intero a ripagare i debiti, non basterebbe.
Non è il problema di un singolo club. Juventus guida la classifica con 741 milioni di euro di debito, seguita da Inter (660 milioni), Roma (611 milioni), Milan (391 milioni), Lazio (303 milioni) e Napoli (300 milioni) — sei club, sei situazioni diverse, la stessa dinamica di fondo.

Un quarto dei ricavi non è calcio giocato
Il 25% dei ricavi dichiarati dai club (1,035 miliardi di euro, +33% sull'anno prima) non viene da biglietti, sponsor o diritti tv — viene dalla cessione di giocatori. È un quarto del fatturato dell'intero campionato che dipende dal mercato calciatori, non dall'attività sportiva o commerciale vera e propria.
E non è stato sempre pulito. L'inchiesta Prisma, aperta dalla Procura di Torino nel 2021, ha accertato plusvalenze gonfiate per 111 milioni di euro in tutta la Serie A, con 11 club e 61 dirigenti coinvolti. Il meccanismo: due club si scambiano giocatori a valutazioni concordate ad arte, entrambi iscrivono a bilancio una plusvalenza che non corrisponde al reale valore di mercato — un modo per far quadrare sulla carta un bilancio che nella realtà non quadra. Non un dettaglio tecnico: le accuse mosse dalla magistratura sono di falso in bilancio e manipolazione del mercato.
La radice del problema: il divario con la Premier League
La Serie A non è solo peggio gestita. Parte già più povera. Nella stagione 2025/26 la Premier League distribuisce ai suoi 20 club 3,7 miliardi di euro di diritti tv — la Serie A ne distribuisce 887 milioni, quattro volte meno.
Il divario non è solo nella cifra totale, ma in come viene divisa: in Premier League il rapporto tra il club che incassa di più e quello che incassa di meno è di 1,6 a 1. In Serie A è di 3,3 a 1 — un campionato dove i più forti si portano via una fetta molto più grande della torta, lasciando ancora meno a chi resta indietro.

Chi paga davvero il conto
Se il campionato perde soldi ogni anno, chi copre la differenza? Non il mercato. I proprietari, di tasca propria.
Tra il 2020 e il 2025 le proprietà dei club di Serie A hanno versato circa 3,3 miliardi di euro — 2,7 miliardi in finanziamenti diretti, 540 milioni in sponsorizzazioni e accordi commerciali legati a loro stessi. Quasi quanto l'intero debito lordo del campionato. Exor ha messo quasi un miliardo di euro nella Juventus in quattro aumenti di capitale dal 2019. Dan Friedkin ha investito 958 milioni di euro nella Roma dal 2020. Nessuno dei due lo ha fatto aspettandosi un dividendo.
È l'opposto esatto della disciplina che racconta Max Ciociola, fondatore di Musixmatch, nella sua conversazione su Made IT Podcast: ha costruito un'azienda fino a un'exit da centinaia di milioni raccogliendo solo 14 milioni di euro in 16 anni, per scelta — convinto che raccogliere di più avrebbe solo alzato l'asticella del ritorno da restituire, senza renderlo davvero più libero. Nel calcio italiano succede l'esatto contrario: più un club perde, più deve raccogliere, e chi lo fa non lo fa per un ritorno economico. Tutte le sintesi di Made IT Podcast → · Canale YouTube ↗
Quindi: business o lusso per pochi?
C'è del business vero dentro la Serie A: diritti tv, sponsor, biglietti, mercato calciatori sono meccanismi commerciali reali, non finti. Ma nessun grande club regge quei ricavi da solo — e il test di un'azienda vera è proprio questo: si sostiene sulle proprie gambe, o fallisce?
La Serie A non supera il test. Sopravvive perché ogni anno, in ognuno dei 20 club, c'è qualcuno disposto a pagare la differenza di tasca propria — non come un investimento da cui aspettarsi un ritorno, ma come il costo per possedere qualcosa che vale altro: prestigio, influenza, visibilità. Lo stesso comportamento economico di uno yacht o di un giornale, non di un fondo che punta a un rendimento.
Il calcio genera ricavi reali. Ma la sua sopravvivenza no.
In breve
Il paradosso della Serie A non è che i club spendono troppo — è che il modello genera ricavi reali senza mai riuscire a reggersi su quei ricavi da solo. Il debito supera il fatturato di un anno intero, un quarto dei ricavi arriva da un mercato calciatori che è stato anche manipolato, e la differenza la coprono i proprietari, non il business. Se vuoi capire come ragionano davvero le persone che allocano capitale con disciplina — nel calcio o fuori — scopri Podstract →