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Come studiare meglio: cosa dice davvero la scienza

Mindset & Performance 5 minuti di lettura

Rileggere gli appunti prima di un esame, sottolineare le frasi importanti, ripassare tutto il pomeriggio prima della scadenza: sono i tre metodi di studio più usati al mondo, e la ricerca in psicologia cognitiva li considera tra i meno efficaci in assoluto. Non per un'opinione — per due decenni di studi controllati che confrontano direttamente chi rilegge con chi fa qualcos'altro, sullo stesso materiale, nello stesso tempo.

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Punti chiave

  • Chi si limita a rileggere ricorda il 34% del materiale dopo una settimana; chi si autotesta sullo stesso materiale ne ricorda l'80% (Roediger & Karpicke, 2006)
  • Una revisione di 10 tecniche di studio su centinaia di esperimenti classifica sottolineare, rileggere e riassumere come "bassa utilità" — solo due tecniche ottengono il punteggio più alto (Dunlosky et al., 2013)
  • Distribuire lo studio nel tempo batte concentrarlo in una sessione lunga: il 74% di efficacia in più secondo una meta-analisi su 29 studi
  • Il fattore comune tra i metodi che funzionano non è quanto tempo ci metti, ma quanto sforzo fai per recuperare l'informazione dalla memoria, non solo per guardarla

Rileggere e sottolineare non funzionano quasi mai

Nel 2013 un gruppo di psicologi cognitivi ha passato in rassegna 10 tecniche di studio tra le più diffuse, valutando ognuna sulla base di centinaia di esperimenti pubblicati. Il risultato, pubblicato su Psychological Science in the Public Interest, classifica sottolineare, rileggere e riassumere come tecniche a "bassa utilità" — non inutili in senso assoluto, ma sistematicamente meno efficaci di altre a parità di tempo investito (Dunlosky et al., 2013, Improving Students' Learning With Effective Learning Techniques).

Il motivo non è che queste tecniche non facciano nulla. È che creano un senso di familiarità con il testo — "l'ho già visto, lo riconosco" — che il cervello scambia per comprensione reale. Rileggere la terza volta un paragrafo lo rende più familiare, non necessariamente più memorizzato.

Il metodo che funziona: recuperare l'informazione, non guardarla di nuovo

Nello studio più citato su questo tema, Roediger e Karpicke (2006, Test-Enhanced Learning) hanno diviso un gruppo di studenti in due: una parte rileggeva il materiale più volte, l'altra lo studiava una volta sola e poi si autotestava, provando a recuperarlo dalla memoria senza guardare il testo. Una settimana dopo, chi si era testato ricordava l'80% del materiale. Chi aveva solo riletto, il 34%.

Un secondo studio, pubblicato su Science nel 2011, ha confrontato il testarsi con una tecnica considerata più "elaborata": costruire una mappa concettuale consultando il testo. Anche in quel confronto, il gruppo che si limitava a recuperare attivamente l'informazione dalla memoria ha imparato di più (Karpicke & Blunt, 2011, Science, vol. 331). Il meccanismo che funziona non è quanto ti sforzi di organizzare l'informazione — è quante volte la tua memoria è costretta a ricostruirla da zero.

Il tempo conta quanto il metodo

Anche il momento in cui studi cambia il risultato, non solo cosa fai mentre studi. Una meta-analisi su 29 studi ha trovato che distribuire lo studio nel tempo — poche sessioni brevi su più giorni, invece di una sessione lunga — produce risultati del 74% migliori a parità di ore totali investite. Una revisione più ampia, su 254 studi e oltre 14.000 osservazioni, conferma lo stesso schema: la distanza tra una sessione e l'altra conta quasi quanto il contenuto della sessione stessa.

La ragione pratica: se ripassi qualcosa quando lo hai già quasi dimenticato, il recupero costa più sforzo — ed è proprio quello sforzo, non la facilità del ripasso, a rinforzare la memoria a lungo termine.

Cosa significa in pratica

Tre cambiamenti concreti, nell'ordine in cui contano di più:

  1. Dopo aver letto o ascoltato qualcosa, chiuditi il testo e prova a ripeterlo a voce o per iscritto, prima di controllare se hai ricordato bene. Non rileggere subito.
  2. Distanzia i ripassi: rivedi lo stesso argomento dopo un giorno, poi dopo una settimana, poi dopo un mese — non tutto insieme la sera prima.
  3. Fatti domande sul materiale invece di sottolinearlo — la domanda ti costringe a recuperare, la sottolineatura no.

Chi si allena a livelli agonistici applica lo stesso principio a un dominio diverso: non è la ripetizione passiva del gesto a costruire l'abilità, è il momento in cui il cervello viene messo sotto pressione a recuperare qualcosa — una risposta, un movimento, una decisione — senza rete di sicurezza. Simone Giannelli lo racconta parlando della testa che ha costruito lontano dal campo; Novak Djokovic lo racconta a proposito della paura che ha dovuto imparare a recuperare sotto controllo, non evitare.

In breve

Il modo in cui la maggior parte delle persone studia — rileggere, sottolineare, ripassare tutto insieme all'ultimo momento — è anche il modo meno efficace secondo vent'anni di ricerca. Quello che funziona costa più sforzo nel momento (recuperare invece di guardare, distanziare invece di concentrare), ma è esattamente quello sforzo a fare la differenza. Kelly Doualla lo dice in un contesto completamente diverso, la performance sotto pressione: nei secondi che contano davvero, vince chi ha smesso di pensarci sopra e ha lasciato che fosse il corpo — o la memoria — a rispondere da solo.

È lo stesso principio dietro il formato di ogni sintesi Podstract: punti chiave da rileggere non basta, la sezione "La domanda da farti" esiste apposta per costringerti a recuperare il concetto con parole tue, non solo a riconoscerlo mentre scorri.

Le sintesi complete

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